Origine dell’Opera Condivisa

Di Tiziana Tacconi

Sono passati quindici anni dall’inizio del Biennio di Teoria e Pratica della Terapeutica Artistica.
Nel sito dell’Accademia di Belle Arti di Brera, come spiegazione del Biennio, sono descritti alcuni obiettivi:

  • Promuovere la formazione di artisti terapisti, esperti del linguaggio visivo…
  • Promuovere la conoscenza della pratica artistica e delle possibilità di intervento nei processi terapeutici…
  • Sperimentare metodologie formative di tipo artistico, finalizzate ad una migliore conoscenza di sé, del proprio corpo e delle capacità espressive…

Non potevamo, nel 2004, aggiungere a questi obiettivi la definizione Opera Condivisa, perché ancora non sapevamo che attraverso questa esperienza tutti i punti ipotizzati si sarebbero concretizzati.

Come nasce l’Opera Condivisa?

L’Opera Condivisa nasce nel Reparto di Oncologia dell’Ospedale di Carrara, ma si fa riconoscere (l’avevo già conosciuta) nella sala d’attesa del Day Hospital dell’Oncologia.
Ho raccontato molte volte in che modo è avvenuto l’in-contro con l’Opera Condivisa, ma ogni volta inizio da un punto diverso perché tanti sono stati gli sviluppi di questa esperienza.

Avete presente un viaggio che descrive giorno dopo giorno la mappa della vostra vita? Sono storie di incontri, viaggi che diventano territori vissuti, modi di vivere, storie di carta tra terre lontane e il giardino dietro casa, luoghi che parlano di te e parole che tracciano la mappa del tuo vissuto e di luoghi che non ci sono più.
Gli incontri dipendono da forze che tendono ad unirsi nello stesso punto e nello stesso tempo, e ti coinvolgono.

Questo è successo nel 2005 nel Day Hospital dell’Oncologia dell’Ospedale Civico di Carrara. In quel tempo mio padre si era ammalato di tumore e doveva sottoporsi a diverse chemioterapie, ovviamente io ero con lui. A Brera era iniziato da pochi mesi il Biennio di Terapeutica Artistica e con la mia amica psicoterapeuta Mariarosa Calabrese gli incontri di Arte e Psiche avevano trovato un magico dialogo.

Non fu una mia richiesta, fatta al primario dott. Cantore, d’istituire un laboratorio di Terapeutica Artistica in Oncologia, e neppure di mio padre che involontariamente, parlando più di sua figlia che del suo tumore, suggerì al Primario quello che di fatto mi chiese al nostro primo incontro.
Nello “spazio di cura, confinato, asettico, ovunque uguale, e dove tutti appaiono uguali,” – disse – “con l’arte, la vita non sarà più fuori […] Non più viaggi in solitudine, ma viaggi volutamente condivisi, in prima classe, con cure specifiche sempre aggiornate, servite in camice bianco, in abito da sera o con scarpe da ginnastica”.
Queste furono le parole del Primario, scritte in calce sul catalogo Segni d’Arte in Oncologia.  Da quel primo incontro le emozioni ci accompagnarono ogni secondo trascorso in Ospedale. Con il consenso di tutti i medici e la psicologa organizzai il primo Laboratorio di Ricerca in Terapeutica Artistica.

Segni d’arte in Oncologia fu la raccolta di tre esperienze creative realizzate direttamente in tre momenti e spazi diversi: il Reparto degenti, il Day Hospital e la Chemioterapia.

L’attività di Laboratorio inizialmente era finalizzata alla realizzazione di opere che sarebbero state installate nel Reparto e avrebbero trasformato gli spazi, per lo più asettici, in spazi della contemplazione. Indubbiamente arricchire i corridoi dell’Ospedale con delle opere d’arte avrebbe prodotto a chi le osservava una conseguenza positiva, ma essere partecipi alla realizzazione delle stesse Opere, avrebbe dato una risposta molto più grande.

Fu questa la proposta del Laboratorio di Terapeutica Artistica in Oncologia: le Opere sarebbero stare realizzate da tutti i pazienti, i loro familiari, il personale sanitario, compresi medici e Primario. Portare l’Arte Terapeutica come tentativo di stimolo per i pazienti a coltivare gli interessi della vita normale e la voglia di viverla, poteva essere un aiuto nella lotta quotidiana contro la malattia.

Il tema della malattia e della cura fu un momento molto importante per la nostra didattica a Brera, dal Primario avevamo avuto delle indicazioni precise anche sui possibili materiali controindicati per le terapie dei pazienti: fu un momento molto delicato e fu importantissima la presenza di studenti molto impegnati e attenti ad attuare un’attività artistica che fosse realmente una risoluzione della solitudine e potesse stimolare il bisogno d’immaginazione e di alimentare la speranza, la spinta necessaria alla cura sia del corpo che dello spirito.

Erano gli studenti del primo Biennio ed era il primo tirocinio in cui potevano sperimentare la loro formazione di artisti terapisti.
La magia di quel periodo, la realizzazione di mille origami-gru come simbolo augurale di guarigione e la bellezza dell’arte terapeutica che invadeva corridoi, camere e ambulatori, è testimoniata dai messaggi e dagli scritti dei pazienti e dei medici.

Ma ci fu un giorno particolare: era un tiepido pomeriggio di maggio, ormai l’Opera di strisce colorate e ritagliate del Day Hospital era completa, sia io che il dott. Mambrini, Daniela, Silvia e una signora di cui non ricordo il nome – ma con la quale al termine della sua chemioterapia ci incontravamo quasi ritualmente – fissavamo in silenzio quella parete di 6 m, alta 3. Ricordo la sensazione di svuotata piacevolezza che provavo nell’aver concluso anche questa Opera dopo le gru di carta installate nel reparto. Improvvisamente la signora, dondolandosi sulla sedia a rotelle disse: “Io so cosa significa questa opera, perché mia figlia è tornata dal suo viaggio in India, mi ha regalato una striscia di seta e mi ha detto che è una preghiera. Le ho risposto che anche noi avevamo fatto delle strisce simili nella sala d’attesa del Day Hospital”.

Il suono e la sequenza dei pronomi io – tu – lei – noi – voi mi travolse come una visione. In questa frase si erano coniugate tutte le persone, le forze erano frontali, si erano congiunte tutte le mani che avevano creato l’Opera. Tra io e tu, tra noi e voi, tra l’uno e il due, tra il prima e il dopo, tra l’antico e il moderno, tra il bianco e il nero, tra l’uomo e la donna e via via tra tutti i possibili opposti, quello che si evidenziava come un frattale era la bellezza della Condivisione.

Sono nata e cresciuta in un piccolo paese di campagna e conoscevo questa meravigliosa possibilità di Con-dividere la vita. Entrare in un reparto di Oncologia, per accompagnare mio padre in un percorso di cura chemioterapica nel momento in cui la mia ricerca artistica si rivolgeva al prendersi cura di sé con l’arte, era come quando da piccola le vecchie del mio paese facevano il turno per portarmi con loro, al lavatoio, in chiesa, a cuocere il pane e a cucire merletti nel mio cuore…

“‘E amerai il tuo vicino come te stesso’ è dichiarazione del libro Levitico” – scrive Erri De Luca – “Nel Vangelo non troviamo solo parabole ma opere concrete, guarigioni, conforti materiali.”

Opere concrete, qualcosa che va oltre “un gesto personale e dipende da un’occasione che spinge a praticarla. Oltre di essa esiste un sentimento collettivo che moltiplica e organizza su scala maggiore il sentimento della carità: la fraternità”.

“Opera Condivisa!” Mi sono rivolta alle studentesse e la mia voce articolava le parole per dire che da quel momento avremmo realizzato sempre Opere Condivise.
Con-dividere è la più grande possibilità di unire vissuti, speranze, energie, per il bene comune e individuale.
Creare un’Opera Condivisa è un’esperienza profondamente sociale, in cui l’individuo indaga e migliora se stesso riconoscendosi come individuo creativo fra individui altrettanto creativi.
Creare insieme senza competizione, nell’unità della diversità, nel rispetto dell’altro con il piacere di essere unici e irripetibili in collaborazione.
Con – nel senso dell’insieme empatico, armonico e collaborativo. Divisione – perché unico e personale. L’Opera Condivisa rifiuta la centralità dell’artista unico e porta con sé la firma di tutti gli autori.

Mio padre è venuto a mancare dopo due anni. Ho continuato ad accompagnarlo al Day Hospital fino a quando ha potuto fare la chemioterapia; un giorno mi ero allontanata e l’ho visto con un amico davanti all’Opera, ero alle sue spalle e l’ho sentito dire: “L’abbiamo fatta io e mia figlia insieme ad altri…”

Di più dalla vita non potevo chiedere!