di Tiziana Tacconi e Laura Tonani
“… e noi stiamo dinanzi alla creatività, dovunque la incontriamo, nell’individuo adulto come nel fanciullo, nel malato come negli aspetti meno vistosi della vita di ogni giorno, con la venerazione dovuta a un tesoro nascosto che, sotto una veste poco appariscente, può custodire una particella di divinità (…) Questa creatività ha, dovunque si manifesti, carattere di rivelazione, ma la rivelazione sta in strettissimo rapporto con la struttura psichica alla quale e nella quale si rivela”.
Erich Neumann
La Terapeutica Artistica nasce a Brera, ormai sei anni fa, da un progetto di Tiziana Tacconi e Laura Tonani e dalla comune volontà di costruire un nuovo territorio di ricerca e di approfondimento in quell’attività artistica culturale dell’arte terapia.
“Negli anni Cinquanta, quando l’Art Therapy di concezione britannica era ancora nella sua fase pionieristica, l’artista americano Robert Rauschemberg amava ripetere che la pittura era, in fondo, un buco nero “fra l’arte, la vita e l’avventura”, a conferma che l’esperienza estetica mantiene sempre una sua irriducibile natura aperta.
Il discorso di Rauschemberg, per certi versi paradossale, ha indubbiamente il merito di individuare quella necessaria cornice illusionale entro la quale si dispiegano le diverse fasi del processo creativo che, nello specifico disciplinare dell’arte terapia assume caratteristiche particolari. Nel panorama odierno, infatti, l’arte terapia si configura come un sistema flessibile e pragmatico, alimentato da un costante contributo transdisciplinare: è dunque un campo d’esperienza dai confini mobili, che individua i propri elementi costitutivi nel delicato equilibrio tra procedure tecniche e libertà espressiva, tra la cornice dello scenario, il setting artistico e le dinamiche relazionali sollecitate dal processo creativo stesso.”
Giorgio Bedoni
Traendo i propri fondamenti teorici da un’eredità storica di enorme portata, alla quale afferiscono diversi saperi relativi alla psicoanalisi, alla psichiatria, all’estetica di orientamento fenomenologico, alla storia dell’arte, la nostra nuova prospettiva ha aperto un’ulteriore riflessione intorno al metodo del percorso formativo terapeutico e del linguaggio del “fare” creativo e inventivo.
Il confronto di due sguardi: quello artistico e quello del mondo della psiche, senza snaturarne i rispettivi linguaggi, ci ha portato a “rinominare”, a “ridisegnare” i contorni di una disciplina che in sé riuniva un panorama multiforme, in una nuova esperienza di “Teoria e pratica della Terapeutica Artistica”.
Il termine Terapeutica deriva etimologicamente dal latino Therapèutica e dal greco Therapeytikè, che, correntemente tradotto con “arte”, comprendeva sia l’arte che la tecnica (la capacità manuale).
Essere artisti comporta un saper fare, cioè una conoscenza pratica e teorica e, allo stesso tempo, una partecipazione consapevole a ciò che si fa.
Per Filone d’Alessandria “therapeytikè” è simile ad un organismo vivente, che imita o completa la natura, da cui deriva il piacere di “prendersi cura di sé”.
Anche l’attività formativa e educativa può essere considerata una terapeutica, è un’attività corporea e sensoriale che si fonda sull’esperienza senso-percettiva, progetta attività, produzioni, forme, passando attraverso un percorso di riflessione.
Questo percorso di conoscenza trova nell’arte il suo campo elettivo e passa attraverso il riconoscimento dell’artista terapista.
L’artista terapista, infatti, dialoga con l’altro grazie al linguaggio dell’arte, assumendo un ruolo maieutico, utilizzando le proprie qualità empatiche e modellandosi così nei vari contesti, con la capacità creativa propria dell’artista.
Ogni volta che nel percorso della Terapeutica Artistica abbiamo attivato nuovi progetti laboratoriali, strutturando atelier sperimentali in diversi luoghi di cura – psichiatria, pediatria, oncologia, geriatria, patologia della gravidanza, carceri – la nostra attenzione si è particolarmente soffermata sulla scelta dei materiali e le metodologie tecniche che ogni contesto suggeriva.
L’esperienza ci ha insegnato che il progetto non è una semplice trasmissione d’informazione, ma scaturisce dalla relazione di tutti i partecipanti che concorrono alla costruzione del progetto stesso, l’opera emerge nel tempo e nel farsi del lavoro comune.
Comunicare e condividere risorse e potenzialità individuali, creare le condizioni perché i processi di partecipazione rendano praticabile un’esperienza comune e un’opera condivisa significa essere strumento e dare strumenti per costruire un progetto di possibile cambiamento al presente.
L’opera condivisa prevede l’attuazione di un laboratorio artistico di espressione individuale e collettiva, che coinvolge tutti i componenti alla realizzazione dell’opera. L’atto creativo, che preferisce nella comunicazione gesti e sguardi d’intesa a parole mutilate, che non ignora la sofferenza, passo dopo passo prende corpo nell’opera condivisa.
È un’operazione che chiede a chi opera nei contesti sociali non solo di uscire dalle certezze culturali ma anche di aprirsi al rischio e all’imprevisto, offrendo in prima persona una misura, un modo possibile.
Alla base di un’interazione corretta c’è l’empatia, che indica la capacità di proiettare se stessi in ciò che è altro da sé (cosa, persona, situazione). Il saper comunicare in maniera empatica è caratteristica fondamentale per la costruzione di un percorso artistico corretto, di pari dignità rispetto alla capacità di comprensione di-segni e condizioni ambientali.
Oggi più che mai, in un progetto di umanizzazione sempre più attuale, la medicina si rivolge all’arte, ma addentrarsi in questa realtà significa incontrarsi con argomenti di notevole complessità, dal rapporto medico-paziente – ambito nel quale il disagio appare ancor più evidente in relazione alla moderna tecnologia – alla visione dell’uomo come risultato di una coesistenza forzata, mai risolta, di anima e corpo.
“Io non credo che ci sia un’arte per i malati e un’arte per i sani, ci sono però dei modi di stare insieme e se l’arte ha forse un senso in certi momenti è proprio quello di insegnarci a guardare l’altro non come se fosse fuori di noi, ma come se fossimo noi stessi. Un’altra parte del sé.
Il malato ci fa paura e noi tendiamo ad allontanare tutte le cose che ci provocano disagio, ma in realtà questo atteggiamento, questa paura, è l’evidenza stessa di una forma di malattia… Bisognerebbe imparare a rapportarsi tra individui, senza dividerci in individui malati e individui sani.”
Francesca Alfano Miglietti
“Il fatto che l’arte contemporanea sia attirata a dialogare con i luoghi della sofferenza e della malattia con il pensiero rivolto alla solidarietà sociale come sostegno alla dimensione fisica e spirituale dell’uomo, porta a riflettere intorno al valore di questa operazione dell’esperienza umana e… consente continue immagini fissate nel rapporto inesplicabile tra la vita e la morte.
Questa iniziativa culturale non è estranea alla vitalità creativa dell’arte e deve dunque intendersi nelle sue profonde implicazioni umane come partecipazione attiva ad un progetto di qualificazione estetica della vita, nel momento di massima sospensione del suo senso.”
Claudio Cerritelli
Quando l’immaginazione si concretizza in un’opera, con la quale sorprendentemente l’autore risuona e si riconosce, liberandosi dai limiti silenziosi dell’impotenza creativa, allora è possibile ritrovare la dimensione armonica della nostra interezza, superando la divisione tra corporeo e psichico, e ciò costituisce un aspetto fondamentale delle potenzialità terapeutiche dell’arte.
La risonanza del corpo sensibile con la facoltà immaginale dispiega altri orizzonti, verso una dimensione profonda e a tratti magica. L’immaginazione è un atto magico. Materia, sensazione, immaginario e processi creativi vivono in stretta comunione come nel processo alchemico, che è trasformazione della materia e dello stesso artefice.
Entrare in dialogo con la materia vuol dire lasciar fluire le immagini che già nella materia vivono, in un certo senso ritrovarsi riflessi in essa. Plasmare è lasciare una traccia, l’impronta del nostro esserci.
“Siamo nell’epoca di quelle che Spinoza chiamava “passioni tristi”, contraddistinte da un malessere opaco, da un senso di inutilità e di impotenza che riflette l’appannamento del futuro.
Privo di attese di salvezza e di felicità, il domani appare una minaccia piuttosto che una promessa capace di orientare il cammino verso l’età adulta.
Sappiamo che qualsiasi racconto prosegue un racconto precedente e, poiché non esiste un inizio assoluto, ogni prima volta è sempre un’altra volta. Se non vengono tradotte in parole condivise, le esperienze passate precipitano nell’insignificanza e nell’oblio mentre la “volontà di dire”, per usare una bella espressione di Mario Luzi, mantiene aperto un canale comunicativo che aiuta l’individuo ad uscire dalle strettoie del narcisismo fondato sull’Io e sul Mio.
Il passaggio del testimone da una generazione all’altra consente ai ragazzi di sentirsi membri di una comunità che non è solo fuori ma anche dentro di loro, protagonisti di una storia che non è conclusa e di un futuro che deve essere ridisegnato ricominciando dal punto in cui il discorso si è interrotto e le passioni, come gli dèi, hanno abbandonato il mondo.”
Silvia Vegetti Finzi
Un po’ “rabdomanti” della creatività: così gli artisti terapisti scoprono la fonte delle pulsioni espressive e restituiscono nuova forza propulsiva, suggerendo il “fare” che diventa “voce”.
Senza mai perdere di vista la qualità estetica del lavoro, gli artisti terapisti, nostri studenti, si preparano, grazie al progetto formativo riccamente strutturato, ad affinare gli strumenti dell’arte e a porli come linguaggio sul piano relazionale, esercitando un ruolo maieutico nei confronti delle potenzialità espressive dell’altro, creando così l’apertura tra il mondo interiore e la realtà corale dell’opera condivisa.
La nostra scommessa è quella di contribuire alla costruzione di un progetto d’integrazione tra due sguardi, quello psichico e quello artistico, aventi come finalità la comprensione dell’individuo colto nella sua dimensione antropologica esistenziale e di conseguenza una nuova, reale prospettiva dell’arte.
Perciò il contributo importantissimo del recente convegno “TERAPEUTICA, l’arte in teoria e in pratica”, 8/9 APRILE 2011, tenutosi all’Accademia di Belle Arti di Brera e organizzato dal nostro corso di diploma biennale in “Teoria e pratica della Terapeutica Artistica”, in collaborazione con l’Università degli Studi di Pavia, Scuola di Specializzazione in Psichiatria, e l’Università Bicocca di Milano, è stata un’ulteriore occasione di crescita del progetto e di visibilità dei risultati raggiunti.
Inoltre, la possibilità di confrontarsi anche con altre discipline artistiche quali il teatro la danza e la musica, nell’ottica di un’attività espressiva integrata che possa essere terreno fecondo per attività future, ha maturato in noi la consapevolezza di possibili nuove aperture.
L’incontro di diversi sguardi e ambiti professionali ed espressivi ha creato un momento di confronto e di re-visione dell’esperienze che da tempo sono state avviate dalla Terapeutica Artistica in molti progetti sperimentali. Medici, psicoanalisti, artisti terapisti, filosofi, musicisti, performer, danzatori, hanno animato le giornate del convegno grazie all’energia creativa, alla ricchezza del materiale visivo e ai contenuti teorici dei loro interventi.
L’evento è stato un’occasione per approfondire l’alleanza terapeutica delle Arti e il ruolo che l’artista occupa in questo contesto attraverso la comune passione per la creatività.